Audizione in Commissione Finanze e Commissione Giustizia. Un breve resoconto

Si sono tenute oggi le audizioni in commissione Finanze e Giustizia della Camera due audizioni relative alla materia del risarcimento del danno alla persona.

Noi eravamo presenti come componenti della delegazione dell’Associazione Italiana Familiari Vittime della Strada. L’audizione è stata breve ma sostanziosa. Possiamo registrare un fatto che ci preoccupa. Il capogruppo del Partito Democratico in commissione, On. Marco Causi ha fatto un intervento di natura estremamente filoassicurativa, esprimendo peraltro un comportamento quasi paternalistico nei confronti di associazioni rappresentative di soggetti debolissimi quali le Vittime della Strada. Abbiamo replicato per le rime quasi alla fine dell’audizione, ma questo non cambia certo i rapporti di forza.

Per chi volesse vedere il video per comprendere bene gli interessi in gioco ecco il link 

In commissione Giustizia, invece sono intervenuti giuristi e magistrati, tra cui Damiano Spera, per discutere della proposta di legge 1063 recante Modifiche al codice civile, alle disposizioni per la sua attuazione e al codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, concernenti la determinazione e il risarcimento del danno non patrimoniale e che consacra a livello legislativo le tabelle di Milano.

Anche di questo evento ecco il link (se fosse un corso sarebbe di altissimo valore formativo, quindi se ne consiglia caldamente la visione).

Ottimo l’intervento pepato dell’On. Laffranco.

Non finiremo comunque mai di esprimere un sentito apprezzamento nei confronti del deputato Andrea Colletti, sempre presente, competente sulla materia ed estremamente operativo e del deputato Alfonso Bonafede, vice presidente della Commissione Giustizia.

Se non fosse anche per loro lavoro qualificato certe derive involutive sarebbero probabilmente in stato più avanzato di metabolizzazione.

Il timore è che il consociativismo politico e finanziario espresso dall’operazione Unipol Fonsai sia il correlativo oggettivo di una maggioranza parlamentare in cui, a parte lodevoli voci isolate, le compagnie sembrano fare il bello e il cattivo tempo.

Il momento della verità si avvicina, comunque, perchè presto saranno varati i collegati alla finanziaria dove, tradizionalmente, gli emissari delle compagnie si scatenano.

Non si capisce perchè quando si tratta di Assicurazioni, la Commissione Finanze, piena di liberali a parole, non trovi un modo deciso per intervenire una volta tanto non in danno alle vittime della strada o agli artigiani ma per correggere seriamente le storture di un mercato senza concorrenza.

6 Commenti

  1. Cristiano

    Ben detto,filoaasicurativo e paternalistico. L’imbarazzante esposizione lascia trapelare tutto il resto.

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  2. Pingback: Gli interessi ANIA, tra IRES, IRAP e RC auto - L'Indro

  3. Luigi

    ANTIFRODE A 360° ORA!!!!

    Altrimenti succede questo:

    Tutti incidenti inventati e medici compiacenti…(articolo)

    http://www.iltempo.it/abruzzo/2013/11/22/tutti-incidenti-inventati-e-medici-compiacenti-1.1191822

    Migliaia di sinistri falsi sfuggiti al controllo delle compagnie assicurative, a loro volta narcotizzate dai forfait CONSAP !!!
    Ora si corre ai ripari dicendo che effettivamente qualche cosa di strano lo avevano intravisto.. però nessuna denuncia!!
    FORSE NON CONVIENE ALLE ASSICURAZIONI?

    Prendersela con i mutilati gravi della strada è più facile che menarsela con querele e lunghissimi processi!! ..non costa nulla alle imprese e si scarica tutto sullo STATO (che non c’è)!

    Risposta
  4. Piero

    Oh Oh ma questi politici avvocati…devono sempre collaborare con le assicurazioni???
    Chi ha avuto a che fare con le compagnie e quanto ha guadagnato?? e per che cosa??? magari qualche favore??? Giannini mi ascolti??

    http://www.repubblica.it/economia/2013/11/22/news/fonsai_451_mila_euro_a_la_russa_quando_era_ministro-71618158/?ref=fbpr

    http://www.repubblica.it/economia/finanza/2013/11/21/news/carige_isvap_giannini_fonsai-71529383/

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  5. Luigi

    Il giusto accanimento per il caro RCA potrebbe passare anche dall’eliminazione del bollo auto!!
    L’unica istituzione risalente ai tempi dei fasci e doppione della motorizzazione che non viene mai tagliuzzata dai politici… perché?

    Risposta
  6. Luigi

    Mi riferivo all’ACI (per errore ho cancellato una riga del post)

    Cmq ecco l’articolo trovato su dagospia

    UNA TASSA CHIAMATA “AUTOMOBILE CLUB D’ITALIA”: 191 MILIONI OGNI ANNO PER UN REGISTRO INUTILE CON TREMILA DIPENDENTI E 106 STRUTTURE PROVINCIALI

    Questa tassa occulta, cifra pari a sei volte e mezzo lo stanziamento 2014 per il dissesto idrogeologico in tutta Italia, rappresenta l’assicurazione sulla vita per il carrozzone dell’ACI, che non solo è sopravvissuto a ogni tentativo di riforma, ma usa alchimie contabili per nascondere i buchi di bilancio…

    Dal “Corriere della Sera”

    Anche se pochi ormai se la ricordano, quella storia Pier Luigi Bersani certo non l’ha dimenticata. Non fosse altro perché è una delle sconfitte più brucianti che da ministro delle liberalizzazioni abbia dovuto subire ad opera di una lobby. Due volte ha provato ad abolire il Pubblico registro automobilistico, e due volte è stato respinto con perdite. La prima, nel 2000; la seconda, sette anni più tardi.

    Poco importava che i cittadini italiani avrebbero potuto risparmiare un bel po’ di quattrini su ogni passaggio di proprietà, e che dal 1992 il Pra fosse un inutile doppione degli elenchi della Motorizzazione civile. Prima di Bersani, anche i sostenitori di un referendum promosso nel 1995 da un comitato presieduto dall’ex direttore del Sole24ore Gianni Locatelli e composto da una serie di associazioni e dalla rivista Quattroruote si erano dovuti arrendere.

    Le firme vennero raccolte in abbondanza, ma la Corte costituzionale dichiarò il quesito inammissibile. Tanto è misteriosamente potente, la lobby del Pra, da essere sfuggita alle grinfie della spending review, risultando appena sfiorata dal decreto semplificazioni: gli automobilisti non dovranno più comunicare le perdite di possesso e i cambi di residenza, che saranno acquisiti d’ufficio. Troppa grazia…

    LA TASSA OCCULTA
    Sopravvive così uno degli ultimi residui della normativa fascista, considerato che l’iscrizione dei veicoli al Pra è prevista da un decreto del 1927. Ma ciò che conta di più, questa tassa occulta da circa 200 milioni l’anno, cifra pari a sei volte e mezzo lo stanziamento 2014 per il dissesto idrogeologico in tutta Italia, rappresenta una formidabile assicurazione sulla vita per un carrozzone chiamato Automobile club d’Italia. L’unica federazione sportiva dipendente dal Coni che oltre a gestire per legge una funzione statale obbligatoria per i cittadini riscuote pure una imposta: il bollo auto.

    Ovviamente non gratis. Per la riscossione di quella tassa ha incassato lo scorso anno 41 milioni, che sommati ai 191 introitati grazie alla gestione del Pubblico registro automobilistico fanno 232 milioni. Somma alla quale vanno aggiunti 14 milioni di ricavi «diversi» dalle amministrazioni statali e dalle Regioni per i servizi di informazione sulla mobilità. Totale del fatturato pubblico, 246 milioni: vale a dire l’84,8 per cento delle entrate complessive, risultate pari a 290 milioni. Proporzioni che ben descrivono l’anomalia della quale stiamo parlando, ma non dicono proprio tutto.

    Perché se fino a qualche anno fa i soldi comunque giravano, la botta che negli ultimi tempi ha preso il mercato dell’auto, sceso ai livelli di cinquant’anni fa, ha fatto emergere di colpo tutto il peso di una struttura elefantiaca: tremila dipendenti, 106 strutture provinciali e Dio solo sa quante società appese. L’Aci nazionale controlla innanzitutto la Sara assicurazioni, cui fanno capo altre nove partecipazioni.

    C’è il 21% della compagnia turistica Valtur di Carmelo Patti, finita in amministrazione straordinaria. C’è il 10% della società finanziaria Zenit. C’è l’87% della Ala assicurazioni e il 100% della Sara vita. Nonché una piccola quota in Nomisma, il centro studi bolognese fondato da Romano Prodi. Ma non è finita di sicuro qui. Nel portafoglio dell’Aci c’è per esempio l’Aci informatica, cui era stata assegnata l’architettura informatica del costosissimo sito turistico nazionale Italia.it, protagonista di innumerevoli disavventure.

    E poi una impresa di progettazione, studi e consulenze (Aci Consult), quindi la società proprietaria dell’autodromo di Vallelunga nei pressi di Roma (Aci Vallelunga), una ditta di «assistenza tecnica ai veicoli e assistenza sanitaria alla persona» (Aci Global), una immobiliare (Aci Progei), una società sportiva (Aci sport) e un’agenzia di viaggi (Ventura). Ciliegina sulla torta, la joint venture al 50 per cento con la casa editrice di Silvio Berlusconi (Aci Mondadori), costituita nel 2000: il bilancio dello scorso anno si è chiuso con una perdita di 257 mila euro. E non è stato il solo buco.

    LA BABELE DELLE CONTROLLATE
    Senza poi contare il diluvio di controllate e collegate alle Aci provinciali. Trovarle tutte è un lavoro di ricerca estenuante: il loro numero è dell’ordine del centinaio. C’è di tutto, dall’autodromo di Monza a società immobiliari, a imprese turistiche, ad aziende che gestiscono parcheggi. Soltanto di «Aci service» se ne contano sedici diverse.
    Da questo ai bilanci colabrodo, il passo è breve. Su Repubblica Antonio Fraschilla ha raccontato l’anno scorso che di quelle 106 associazioni locali ben 57 risultavano in perdita. Dai 6 milioni di Palermo ai 4 di Lecco, ai 5 di Roma, ai 2 di Venezia, al milione di Cagliari, Catanzaro, Padova… Ma è niente al confronto della voragine dell’Aci nazionale. E qui attenti ai giochini.

    Il bilancio 2010 si è chiuso con una perdita di 30,3 milioni, ma sarebbero stati più di 41 senza gli 11 milioni di proventi straordinari: 9,8 di «utilizzo fondi di accantonamento» e un milione di cancellazione di residui passivi. Quello del 2011 è andato in attivo per 26,6. Attivo puramente contabile, conseguito grazie a plusvalenze per 48,8 milioni. Anch’esse puramente contabili, perché ottenute con la cessione per quasi 53 milioni di un fabbricato in via delle Perle a Roma alla immobiliare del gruppo Aci Progei.

    Traduzione, venduto a se stesso. Azzardiamo: senza quella curiosa partita di giro il bilancio si sarebbe chiuso in rosso per 22 milioni? Lo schema si è ripetuto nel 2012, con plusvalenze contabili per 7,6 milioni: la vendita delle sedi di Roma e Palermo alla solita Aci Progei e di un terreno alla società, sempre controllata dall’Aci, che ha in gestione l’autodromo di Vallelunga.

    Ma stavolta l’«ammuina» non è servita se non a mitigare il drammatico passivo: 28,7 milioni la perdita netta. Risultato, senza considerare quei singolari proventi straordinari, negli ultimi tre anni nei conti dell’Aci si sarebbe aperta una voragine di un centinaio di milioni. E quest’anno? Taglia di qua, taglia di là, il preventivo dice che si chiuderà in pareggio. Già. Ma anche qui con la previsione di una plusvalenza di 8 milioni: visto che ormai si dev’essere raschiato il fondo del barile con gli immobili, ecco che si pensa di cedere una fettina della compagnia di assicurazioni. Che però nessuno ancora ha comprato.

    GLI STIPENDI D’ORO DEI MANAGER
    Di fronte a una situazione del genere qualunque governo sarebbe già intervenuto da tempo con la dovuta decisione. Tanto più dopo le solenni bacchettate della Corte dei conti. Oltre ad evidenziare alcune irregolarità, la magistratura contabile non ha mancato di sottolineare la vistosa entità di certi emolumenti dei vertici. Il segretario generale Ascanio Rozera, potentissimo factotum da 41 anni dipendente dell’Aci, viaggia intorno ai 300 mila euro annui.

    Mentre al presidente Angelo Sticchi Damiani, nominato ai vertici dell’ente come ha raccontato il Fatto quotidiano alla vigilia di una sentenza della stessa Corte dei conti che l’ha condannato in primo grado a pagare 21.986 euro per un presunto danno erariale arrecato proprio all’Aci riguardo alcune sponsorizzazioni per i campionati automobilistici italiani di tanti anni fa, ne toccano 236 mila. E ai tre vicepresidenti tre? La Corte dei conti dice che ciascuno di loro ha diritto a 105.799 euro l’anno.

    Un piccolo obolo, a giudicare dal calibro della terna, nella quale spicca un nome: quello dell’ex potentissimo Pasqualino De Vita, classe 1929. Da ben 18 anni, ancora prima di essere nominato a capo dell’Unione petrolifera, occupa la poltrona di presidente dell’Automobile club di Roma. Ed è stato anche presidente di Aci informatica e Aci Mondadori, quindi consigliere della Sara.

    Un caso tipico, il suo, di come funzionano le cose in quel mondo chiuso e autoreferenziale nel quale gruppi di potere ristretti e intramontabili fanno il bello e cattivo tempo, passando da un incarico di vertice all’altro. Rosario Alessi, classe 1932, è diventato presidente dell’Aci a cinquant’anni, nel 1982.

    Dopo 18 primavere, nel 2000, ha passato la mano: «Ritengo di essere un uomo col senso della misura e penso non si possa stare diciott’anni seduto allo stesso posto». Ad aprile scorso, in prossimità dell’ottantunesimo compleanno, è stato confermato alla presidenza della Ala assicurazioni. Nel 2012 era stato nominato presidente della Sara. Prima ancora Sara Life, Sara immobili, Banca Sara, Holding Banca Sara…

    Va detto che talvolta si registra anche qualche spettacolare new entry, come quando all’Aci di Milano arrivò il commissario Massimiliano Ermolli, figlio di quel Bruno Ermolli tra i consiglieri più fidati di Berlusconi. E come da commissario diventò presidente, ecco sbarcare in consiglio Geronimo La Russa, figlio del ministro Ignazio e già consigliere della Premafin della famiglia di Salvatore Ligresti, insieme a Eros Maggioni: il consorte di Michela Vittoria Brambilla, allora ministro del Turismo.

    Del resto, quello che proprio all’Aci non manca sono i posti. Ognuno delle 106 strutture provinciali ha un consiglio di amministrazione, di regola formato da cinque persone (a Milano sono sette), più un collegio di tre revisori. Fate il conto: superare quota 800 poltrone è un attimo.

    I governi, dicevamo. Forse anche questo spiega perché l’Aci sia stato sempre trattato con i guanti. Basta pensare all’ultimo regalino: il decreto ministeriale con il quale sono state graziosamente aumentate le tariffe dovute all’Aci in debito d’ossigeno per la tenuta dell’inutile Pra. Era il 21 marzo del 2013 e il governo di Mario Monti autore del provvedimento, dimissionario da tre mesi, fremeva per passare il testimone. Ma se si eccettua la reazione della Unasca, l’associazione delle autoscuole, che fece ricorso al Tar lamentando per i cittadini un salasso ulteriore da almeno 30 milioni (contestato dall’Aci), nel Palazzo nessuno fiatò.

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